ANCORA ZERONOVETOUR!

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Si prosegue a parlare del Zeronovetour!

Tutti oramai conosciamo la scaletta e quindi possiamo commentare le sue scelte, cercare di comprendere perché scegliere una canzone piuttosto che un’altra.

Una grande delusione per me non poter riascoltare “Magari” dal Maestro, anche se come ben sapete lo avevo sospettato dato che negli ultimi Tour l’aveva sempre cantata e quindi questa volta l’ha sacrificata.

Certo che a una “113” avrei preferito qualche perla del passato, non approvo molto questa scelta così come non gradisco molto questa scaletta, l’apertura è fantastica perché comincia con “Vivo” che è una canzone che mi sta nel cuore e che desideravo ascoltare così come “Potrebbe essere Dio” o “Morire qui“, “Qualcuno mi renda l’anima” l’avevo prevista per una serie di motivi ed ero sicura che l’avrebbe inserita in scaletta.

Per quanto riguarda il vecchio repertorio mi piacciono tutte, non sono però d’accordo con il nostro Renato con le tante canzoni di Presente, 14 sono troppe è praticamente tutto il disco, non ha mai fatto una scelta simile infatti solitamente sceglieva metà del disco nuovo non certo tutto!

Questo come sempre porterà poi a sentire pochi cori, si perché non dimentichiamoci che molte persone vanno ai suoi concerti più per il “vecchio” Renato che per il “nuovo” e quindi non conoscono le sue ultime produzioni ed è brutto sentire troppi silenzi durante un concerto.

Assolutamente sbagliato non inserire in scaletta un brano divertente e dissacrante come “Spera o Spara” è una sorta di sacrilegio escluderlo, è da coro, è allegra, ci ricorda il vecchio stile Zeresco e sarebbe stata molto divertente da poter cantare tutti insieme, proprio non comprendo questa esclusione.

Ci regala in ultimo un inedito, è sullo stile classico di Zero, molto commovente che segna il tempo che va di un Renato piuttosto malinconico così come malinconica è questa canzone, non è una novità un inedito in Tour, lo fa sempre, lo ha fatto con Leggera, con Il Circo, con Amico Assoluto e tante altre, è un regalo che ci lascia ad ogni concerto.

Sono invece molto soddisfatta che non canti i suoi classici tormentoni, i cavalli di battaglia perché non ce la facevo più a sentirli.

Come Recensione per eventuali commenti ho scelto quella de: Il Messaggero, finalmente Fonopoli forse spiccherà il volo e naturalmente vicino casa mia è per me fonte di grande gioia questa notizia.

 

Seduto davanti a una fantastica grigliata di pesce Renato è di buonumore. Il pesce sì, ma anche il concerto che è andato bene,
debutto di un viaggio che dalla Sicilia profonda lo porterà in giro per l’Italia in trenta tappedi cui sei (già esaurite come tutte le altre date) al Palalottomatica dal 13 al 17 novembre e il 21 e 22 dicembre.

E poi, finalmente, è arrivata una buona notizia sul fronte di Fonopoli, la città della musica che sogna da un paio di decenni. «Alemanno ci ha chiamati, ha detto che vuole realizzare il progetto, ci ha chiesto uno studio di fattinilità e che sono pronti 50 milioni. La prossima settimana ci vedremo. Hai visto mai che…».

Inserito fra trenta progetti di Roma capitale, Fonopoli stavolta ha davvero la possibilità di diventare realtà, in quello spazio territoriale, alla Magliana, già individuato da tempo («da quando siamo partiti noi, in quella zona si è costruito di tutto»).

«Il fritto, no. Sono assediato dal colesterolo» avverte Renato. Ma sorride, nonostante la rinuncia. E ammette: «È vero, in questo spettacolo sono meno trasgressivo, più serio. Sono sceso nella cantina della memoria a rovistare a recuperare certe sfumature sacrificate».

Così Zeronove è un concerto per certi versi austero. Un palco dove a dominare è la musica, dove oltre ai musicisti della band è schierata un’orchestra d’archi diretta da Renato Serio, e dove gli effetti sono lasciati al gioco delle luci e dei colori, senza grandi invenzioni sceniche se non una serie di vele che si alzano dal palco a formare un effetto caleidoscopio.

E poi ci sono i costumi, con il recupero della bombetta («una specie di coperta di Linus del passato che usavamo assieme a Loredana e a Mimì») e sei, sette cambi d’abito: «I costumi ci vogliono, il calendario preme, bisogna fare bella figura e mica si può fare sempre una scarpa e una ciavatta. Visto quello rosso? È contro il malocchio» commenta. Quanto alla musica, la confezione segue la linea dell’asciuttezza, con gli archi ad ammorbidire i suoni e sottolineare la preferenza per un clima raccolto dove dominano i brani che rafforzano la sua vocazione a dispensare saggezze esistenziali. Sono assenti classici come Cercami e Il cielo («hanno bisogno di riposo») e a dominare sono le canzoni dell’ultimo album Presente (sono 12) con pezzi accattivanti e già entrati nelle orecchie del pubblico (del resto il disco è uscito a marzo e ha messo insieme 250 mila copie) come Ancora qui o Questi amori (una canzone-bilancio, una sorta di My way alla Zero, che fa il paio con il brano d’apertura, Vivo, anno ’77, dove cantava ”Vivo e che il conto torni o no, io me ne fregherò”) dove proclama: «Ho sofferto e ho pianto, ne ho commesse di follie».

Fa effetto sentire L’ormonauta, invenzione zeriana attorno al tema della sessualità impellente, scritta prima delle polemiche sulle notti di Palazzo Grazioli («Ho sempre avuto una veggenza latente. Anni fa scrissi Contagio e poi venne fuori l’epidemia dell’Aids. Non vorrei, però, che venissero a bussarmi a casa. Ne dico tante»). C’è spazio anche per un accenno (d’obbligo) di tipo ambientalista sulla tragedia di Messina, suggerito da un altro pezzo di ultima generazione, Non smetterei più. La scaletta non fa molte concessioni, recupera un divertente 113, brano vintage del ’74 che, assicura Renato, non aveva mai cantato in concerto se non ai tempi di localini come il Patio e degli esordi. Concede una paternale natalizia ambientalista-buonista-pacifista con tanto di nevicata in Buon Natale, rivisita la classica e sempre bella I migliori anni, chiude con un brindisi e un pezzo inedito, Gli unici, con testo che affonda le mani nella zerofilosofia esistenziale. E a conferma sostiene con fierezza: «Non chiamatemi cantante, anche se ho imparato a cantare e oggi sono più credibile come interprete. Piuttosto mi sento artista, un po’ geometra, quando controllo la stabilità del palco, ma sempre sognatore».